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La lotta femminista

// Sarah Trevisiol //
Lanciata fra i banchi dell’università di Sociologia di Trento – Resoconto storico di una rivoluzione femminile partita in provincia
© femme-unitn.it
L’università di Sociologia di Trento ha avuto un ruolo cruciale per il femminismo italiano, perché è proprio qui che si sono formati i primi collettivi femministi. Tutto ha avuto inizio poco dopo l’apertura dell'Università nel 1962, quando alcuni gruppi studenteschi iniziarono ad interrogarsi sul senso delle scienze sociali, riconoscendo in esse un potente strumento di analisi, ma anche di sovvertimento della società e delle sue strutture. Ecco perché, quando il corpo studentesco non fu coinvolto nella stesura del nuovo statuto e piano di studi della Facoltà, questi gruppi decisero di ribellarsi, organizzando delle rivolte contro il potere classista. Alcune delle studentesse che parteciparono a queste prime assemblee e manifestazioni, sottolinearono però di non sentirsi coinvolte alla pari dei propri compagni uomini, che sembravano essere gli unici a poter parlare in nome della causa. Nonostante le proteste si rivolgessero contro le diverse forme di gerarchie, non sembravano minimamente tener conto delle molteplici diseguaglianze fra i generi.
Inizialmente furono poche, ma divennero sempre di più coloro, che non si sentivano più rappresentate dai gruppi studenteschi generali. Fra queste vi erano quattro giovani donne Gabriella Ferri, Elena Medi, Silvia Motta, Luisa Abbà, che, assieme ad un amico, Giorgio Lazzaretto, iniziarono ad incontrarsi in segreto, fra le mura private di casa, per discutere di argomenti del tutto tabù all’epoca, come il ruolo femminile nel mondo del lavoro e della politica, i ruoli preconfezionati e imposti dal patriarcato, il corpo e il desiderio femminile, le forme di contraccezione e la volontà di autodeterminazione. Il nuovo gruppo non venne visto di buon occhio soprattutto dai vertici dei gruppi studenteschi, impauriti da possibili scissioni interne e da spinte progressiste femminili. Le giovani donne però non si fecero intimorire, riuscendo nel 1972 a pubblicare la tesi di laurea “La coscienza di sfruttata”, che divenne la base teorica di molti testi femministi. Questo testo rese palese l’esigenza di parlare pubblicamente delle disparità di genere, fu un monito per le donne a prendere coscienza delle ingiustizie subite e a ribellarsi ad esse. Fonte di grande ispirazione per il gruppo furono i testi e gli slogan dei movimenti black power americani, grazie ai quali la minoranza afroamericana si ribellò contro le discriminazioni e i ruoli predestinati assegnatile alla nascita. Giorgio lasciò il gruppo e così si formò uno spazio del tutto femminile, chiamato il “Cerchio Spezzato”, uno dei primi collettivi femministi in Italia. Sempre più donne decisero di aderire al gruppo, donne lavoratrici e borghesi trentine, donne arrivate da fuori provincia e studentesse, tutte pronte a unirsi nella lotta per la parità dei generi.
Negli anni il collettivo divenne un vero e proprio organismo politico che pose le basi per tante cause femministe, come per esempio la lotta per la depenalizzazione dell’aborto. Difatti fu sempre a Trento che scoppiò il famoso “caso Zorzi”, che vide il medico Zorzi e altre 264 donne condannate al carcere per un reato di aborto clandestino, e fu sempre a Trento che iniziò l’enorme mobilitazione dei movimenti femministi a favore del diritto di ogni donna di poter scegliere come, quando e se mettere al mondo un bebè. Il diritto d’aborto fu ottenuto a livello nazionale nel 1978, dimostrando che anche in una piccola località di provincia, l’impegno e la tenacia di poche donne può fare la differenza lanciando movimenti pionieristici.

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Kommentar – Die Klimakrise ist nicht geschlechtsneutral

// Sabina Drescher //
Wenn wir an die Zukunft denken, hoffen wir auf eine intakte Umwelt. Doch angesichts der Klimakrise braucht es dazu einiges an Optimismus. Warum es ohne Feminismus kaum möglich ist, sie zu bekämpfen.
Vor allem Frauen des Globalen Südens sind von den Auswirkungen der Klimakrise betroffen. © Unsplash/Annie Spratt
„Feminismus gibt selten Antworten. Feminismus lädt zum Denken ein. Er lädt uns dazu ein, groß zu denken, utopisch“, brachte es Teresa Bücker, ehemalige Chefredakteurin des Onlinemagazins Edition F, in ihrer Vorlesung über eine feministische Zukunft an der Universität Bonn im vergangenen Jahr auf den Punkt. Nachzudenken hätten wir über vieles. Besonders dringlich erscheint allerdings die Klimakrise, die zwar ein kollektives Problem ist, sich aber nicht ohne den Geschlechteraspekt diskutieren lässt. Nicht alle tragen nämlich gleichermaßen zur Klimakrise bei. Einer Studie zufolge haben Männer einen um 16 Prozent größeren CO2-Fußabdruck als Frauen. Und die obersten ein Prozent der Einkommensbezieher*innen weltweit, die überwiegend männlich sind, sind für mehr Kohlenstoffemissionen verantwortlich als die unteren 50 Prozent. In absoluten Zahlen sind das etwa 70 Millionen Menschen an der Spitze gegenüber 3,5 Milliarden am unteren Ende.
Frauen und Mädchen stärker betroffen
Dennoch sind es Frauen und Mädchen, die weltweit besonders stark unter den Auswirkungen der Klimakrise leiden. Besonders verheerend ist das in ländlichen Regionen des Globalen Südens. So sterben meist mehr Frauen bei Naturkatastrophen, die sich durch die Klimakrise häufen, als Männer. Beim Tsunami 2004 in Südostasien kamen einem Bericht von Oxfam zufolge etwa viermal so viele Frauen wie Männer ums Leben. In zahlreichen Fällen erreichten Warnungen sie zu spät. Da sie sich häufig um die Familie kümmerten, waren sie auch für die Rettung anderer verantwortlich. Wenn Menschen in Folge von Wetterextremen in Armut geraten, sind es meist die Töchter, die aus der Schule genommen werden und denen Bildung verwehrt bleibt. Zudem ist weit mehr als die Hälfte der durch den Klimawandel vertriebenen Menschen weiblich, um nur eine weitere negative Folge für Frauen und Mädchen zu nennen. Das Geschlecht ist dabei nur einer von verschiedenen Faktoren, die Diskriminierung und Benachteiligung verstärken.
Männer entscheiden über Lösungen
Doch nicht nur die Ursachen und Auswirkungen der Klimakrise sind patriarchal geprägt, sondern auch ihre Lösung. An den entscheidenden Verhandlungstischen Platz nehmen dürfen einmal mehr hauptsächlich Männer. Entscheidungen werden für Frauen getroffen, nicht mit ihnen. Das wirkt sich auch negativ auf die Vielfalt und Wirksamkeit der Lösungsansätze aus. Wer Klimaprobleme lösen will, muss jedoch Wege finden, an denen alle Menschen teilhaben können. Dafür setzen sich bereits heute zahlreiche Aktivistinnen ein. Die aktuelle Klimaschutzbewegung wird von Mädchen und Frauen geprägt. Greta Thunberg ist ihr bekanntestes Gesicht. Ihr Kampf für das Klima, Umweltschutz und gerechten Zugang zu Ressourcen ist derselbe Kampf wie für Geschlechtergerechtigkeit. Er nimmt nur verschiedene Formen an. Wenn Feminismus, wie Teresa Bücker anregt, groß denken soll, so muss er an eine geschlechtergerechte Klimapolitik denken, die die Vielfalt aller Menschen miteinbezieht. Davon profitieren wir alle.