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Was tun bei digitaler Gewalt?

Rechtsanwalt Thomas Schnitzer © Federica Gaioni
Rechtsanwalt Thomas Schnitzer
Zivil- und Strafrechtler mit Spezialisierung auf Internetrecht
Wenn du digitale Gewalt erlebst, ist das ein Angriff auf deine Würde. Sichere zuerst Beweise: Screenshots von Posts, vollständige Chats, Links, Originaldateien von Fotos und Videos. Lösche keine Profile oder Nachrichten – sie können für die Ermittlungen wichtig sein. Blockiere die Person, die dich angreift, und nutze die Meldefunktionen der Plattformen für Beleidigungen, Drohungen, Stalking oder intime Bilder ohne Einwilligung und verlange deren Löschung. Für sexuelle Fotos oder Videos kannst du beim Datenschutzbeauftragten online eine Eilmeldung einreichen: Er kann Plattformen anweisen, die Verbreitung schnell zu stoppen. Du kannst bei der Polizei Strafanzeige stellen, und Schutzmaßnahmen verlangen, wenn Online‑Übergriffe zu Drohungen oder Nachstellungen (Stalking) werden. Wende dich an eine Beratungsstelle gegen Gewalt und an eine Rechtsanwältin oder einen Rechtsanwalt deines Vertrauens: Sie helfen dir, die passenden straf‑, zivil‑ und datenschutzrechtlichen Schritte zu wählen und auch um Schadenersatz zu verlangen.
Neha Kumari Bhati
Vorsitzende der sh.asus


Hasskommentare im Netz – so wie jene, mit denen ich zu Beginn meiner Amtszeit als SH-Vorsitzende konfrontiert war – machen betroffen und verletzen. Ich habe mich deshalb auf die positiven Kommentare von Menschen konzentriert, die mich unterstützen und mir Mut machten. Im Netz gilt keine Narrenfreiheit. Es ist kein rechtsfreier Raum, Beleidigungen, Drohungen oder Hetze sind keine „Meinung“, sondern müssen klare Konsequenzen haben. Strafrechtlich relevante Kommentare sollten unbedingt angezeigt werden. Und wer Hasskommentare liked gleich mit! Von Polizei und Staatsanwaltschaft würde ich mir ein konsequentes Vorgehen wünschen und Unterstützung für Betroffene. Letztlich liegt an uns allen, Hasskommentare nicht salonfähig zu machen, sondern klare Grenzen zu setzen und für einen respektvollen Umgang im digitalen Raum einzustehen.
Neha Kumari Bhati © sh.asus

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Deepfake, odio online e democrazia fragile

// Linda Albanese //
Avvocata, deputata Europea del Partito Democratico/Socialist&Democrats, il suo impegno politico è centrato su diritti, pari opportunità, ambiente e salute. Per lei la violenza digitale non è più soltanto un problema dei social, ma una sfida politica e culturale europea.
ëres: Quanto è diventato grave il fenomeno della violenza digitale?
Alessandra Moretti: Oggi non è più un fenomeno marginale, ma una vera questione democratica e sociale. È una delle forme più subdole di violenza contemporanea, perché entra nella vita delle persone in modo costante, pubblico e spesso anonimo.
Lei vive quotidianamente l’esposizione pubblica e politica. Ha sperimentato direttamente questo tipo di aggressività online?
Come donna impegnata nella vita politica e nel dibattito pubblico, conosco bene cosa significhi essere bersaglio di hate speech, insulti e minacce nei commenti online. Sono parole che non hanno nulla a che vedere con il confronto democratico o con la critica politica: mirano a colpire la persona, la sua dignità e la sua libertà di esprimersi.
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha cambiato anche il volto della violenza online. Quali sono oggi i rischi maggiori?
Con l’evoluzione dell’intelligenza artificiale il fenomeno è diventato ancora più pericoloso. Deepfake e utilizzo illecito delle immagini permettono di creare contenuti falsi, offensivi o sessualmente espliciti nel giro di pochi secondi, spesso con l’obiettivo di umiliare, intimidire o delegittimare soprattutto donne, giornaliste, attiviste e figure pubbliche. Non si tratta soltanto di un attacco individuale: quando una donna smette di esporsi per paura della violenza online, è la partecipazione democratica stessa a indebolirsi.
Quale deve essere, secondo lei, la risposta delle istituzioni europee e nazionali?
La risposta non può essere solo repressiva. Servono certamente strumenti normativi efficaci, come il Digital Services Act e l’AI Act europeo, ma anche responsabilità più forti per le piattaforme digitali e procedure rapide di tutela delle vittime.
Quindi non basta intervenire solo sul piano legislativo?
Assolutamente no. Dobbiamo investire nell’educazione digitale, nella cultura del rispetto e nella consapevolezza delle nuove generazioni. Proteggere le persone nello spazio digitale significa difendere libertà, dignità e diritto di partecipare pienamente alla vita pubblica senza paura.
Lei definisce la violenza digitale una questione politica oltre che sociale. Perché?
Perché oggi non possiamo più considerarla un semplice “problema dei social”. È una questione politica, democratica e culturale. Una società in cui le donne vengono insultate, intimidite o ridotte al silenzio nello spazio digitale è una società in cui la libertà di partecipazione non è
realmente garantita.
In conclusione, quale dovrebbe essere la priorità per il futuro?
Difendere le persone online significa difendere anche la qualità della nostra democrazia, il pluralismo e il diritto di ciascuno di prendere parola senza paura. Le istituzioni hanno il dovere di non rincorrere il problema, ma di prevenirlo, assumendosi la responsabilità di costruire uno spazio digitale più sicuro, più umano e più giusto.