Selbstbestimmt
Il tabù del NO
// Cristina Pelagatti | Centaurus //
Il movimento coreano 4B demolisce il dogma della disponibilità femminile. In Italia invece il controllo sociale sulle donne è impenetrabile, perché si maschera ancora d'amore e di premura.

© Xavi Cabrera - unsplash
C’è chi al patriarcato e alla misoginia risponde prendendo a martellate il tabù dei tabù: il dogma della disponibilità femminile verso l’uomo. E lo fa semplicemente dicendo NO. Un NO che, pur riguardando la sfera personale, smette di essere una scelta privata e si trasforma in un atto politico radicale.
È così che prende vita il movimento 4B in Corea del Sud. Nato intorno al 2016, cristallizza quattro rifiuti netti, espressi dal prefisso Bi- (no): no al matrimonio, no alla maternità, no alle relazioni sentimentali e no ai rapporti eterosessuali. Si tratta della risposta estrema a una condizione sociale percepita come invivibile e pericolosa.
Nel 2016, il brutale omicidio di una giovane donna in un bagno pubblico a Seoul — uccisa da uno sconosciuto perché "le donne lo avevano sempre ignorato"— ha squarciato il velo. Da allora, l'esplosione dei crimini sessuali digitali, dalle spy-cam (molka) nei bagni pubblici ai deepfake pornografici, ha reso evidente una violenza sistemica, consumata in un Paese che detiene il più alto divario salariale di genere tra le nazioni OCSE.
Prima del 4B, la rivolta era passata per il corpo con l’ondata “Escape the Corset”: capelli rasati, niente trucco, rifiuto della depilazione, dimostrando come sottrarsi allo sguardo maschile significhi sottrarsi al suo controllo. Il 4B ha portato questa logica alle estreme conseguenze, colpendo le colonne portanti della società coreana: la coppia e la famiglia, soprattutto attraverso il rifiuto della procreazione. Un tema sensibilissimo nel Paese col più basso tasso di natalità al mondo, dove nel 2016 il Ministero dell'Interno pubblicò persino una "mappa delle nascite" online che classificava i distretti in base al numero di donne in età fertile, trattandole di fatto come animali da riproduzione su cui scaricare il calo demografico.
Gli uomini italiani possono comunque continuare a dormire sonni tranquilli: da noi una risposta di questo tipo appare quasi impensabile. In Italia il patriarcato indossa una maschera diversa: se in Corea agisce con ostilità aperta, qui preferisce la finta premura. Non ti aggredisce in un bagno pubblico: ti abbraccia. Ti sussurra che sei speciale, che sarai una madre meravigliosa, che una donna senza un uomo è incompleta e destinata a pentirsi in solitudine.
Il controllo sociale passa dal linguaggio dell'amore e della protezione; non impone il sacrificio, lo rende desiderabile. Eppure, il lavoro di cura continua a gravare interamente sulle spalle delle donne, il welfare è ridotto al minimo e il dibattito sulla natalità si traduce in una costante pressione morale sui corpi femminili. Il patriarcato italiano, invisibile e liquido, si nasconde dentro aspettative sociali così radicate da sembrare leggi di natura. Ed è proprio questa la sua forma più efficace: far apparire il rifiuto non come un’opzione legittima, ma come una colpa imperdonabile.
È così che prende vita il movimento 4B in Corea del Sud. Nato intorno al 2016, cristallizza quattro rifiuti netti, espressi dal prefisso Bi- (no): no al matrimonio, no alla maternità, no alle relazioni sentimentali e no ai rapporti eterosessuali. Si tratta della risposta estrema a una condizione sociale percepita come invivibile e pericolosa.
Nel 2016, il brutale omicidio di una giovane donna in un bagno pubblico a Seoul — uccisa da uno sconosciuto perché "le donne lo avevano sempre ignorato"— ha squarciato il velo. Da allora, l'esplosione dei crimini sessuali digitali, dalle spy-cam (molka) nei bagni pubblici ai deepfake pornografici, ha reso evidente una violenza sistemica, consumata in un Paese che detiene il più alto divario salariale di genere tra le nazioni OCSE.
Prima del 4B, la rivolta era passata per il corpo con l’ondata “Escape the Corset”: capelli rasati, niente trucco, rifiuto della depilazione, dimostrando come sottrarsi allo sguardo maschile significhi sottrarsi al suo controllo. Il 4B ha portato questa logica alle estreme conseguenze, colpendo le colonne portanti della società coreana: la coppia e la famiglia, soprattutto attraverso il rifiuto della procreazione. Un tema sensibilissimo nel Paese col più basso tasso di natalità al mondo, dove nel 2016 il Ministero dell'Interno pubblicò persino una "mappa delle nascite" online che classificava i distretti in base al numero di donne in età fertile, trattandole di fatto come animali da riproduzione su cui scaricare il calo demografico.
Gli uomini italiani possono comunque continuare a dormire sonni tranquilli: da noi una risposta di questo tipo appare quasi impensabile. In Italia il patriarcato indossa una maschera diversa: se in Corea agisce con ostilità aperta, qui preferisce la finta premura. Non ti aggredisce in un bagno pubblico: ti abbraccia. Ti sussurra che sei speciale, che sarai una madre meravigliosa, che una donna senza un uomo è incompleta e destinata a pentirsi in solitudine.
Il controllo sociale passa dal linguaggio dell'amore e della protezione; non impone il sacrificio, lo rende desiderabile. Eppure, il lavoro di cura continua a gravare interamente sulle spalle delle donne, il welfare è ridotto al minimo e il dibattito sulla natalità si traduce in una costante pressione morale sui corpi femminili. Il patriarcato italiano, invisibile e liquido, si nasconde dentro aspettative sociali così radicate da sembrare leggi di natura. Ed è proprio questa la sua forma più efficace: far apparire il rifiuto non come un’opzione legittima, ma come una colpa imperdonabile.

