Selbstbestimmt

Dove vai in vacanza?

// Tilia //
Piccolo manifesto contro la vergogna di non partire.
© Vicko Mozara - unsplash
C’è chi a giugno prenota Bali, chi posta Santorini a Ferragosto e chi, a settembre, carica un carosello retroattivo con scritto “take me back”. E poi c’è chi passa l’estate a schivare una domanda piuttosto aggressiva dell’universo sociale contemporaneo: “Tu dove vai in vacanza?”
Perché oggi le vacanze spesso sono una dichiarazione patrimoniale travestita da relax. Un curriculum emozionale. Una prova pratica di esistenza felice. Se non sei stata almeno tre giorni in una località con nomi impronunciabili e aperitivi color sabbia, sembra quasi che tu abbia fallito l’estate. Il vero tabù è dire: “Sono andata in un posto normalissimo.” Ancora peggio: “Quest’anno resto a casa.” Peggio del peggio: “Quest’anno non posso permettermelo.” Perché c’è una gerarchia invisibile delle vacanze. Weekend a Parigi? Accettabile. Puglia con foto delle orecchiette? Bene. Albania? Ancora non banale ma già quasi di massa. Villaggio turistico prenotato con lo sconto a gennaio? Silenzio. Casa della zia sul litorale? Omertà assoluta.
Eppure, il problema non sono le vacanze. È il lavoro incessante di manutenzione dello status sociale. Quello che ti obbliga a sembrare sempre economicamente stabile, culturalmente interessante, sentimentalmente luminosa e possibilmente abbronzata. Ci hanno convinte che la povertà sia soprattutto una questione estetica. Non avere soldi oggi non significa solo rinunciare: significa dover nascondere la rinuncia. Fingere. Dilazionare. Sparire dai social ad agosto mentre gli altri pubblicano tramonti con didascalie mistiche che fanno sembrare una granita in spiaggia un percorso spirituale. La vergogna non nasce dal non partire. Nasce dal confronto continuo. Dal sospetto che il proprio stipendio dica qualcosa sul proprio valore umano. Dal terrore di essere lette come quelle che “non ce l’hanno fatta abbastanza”. E allora si inventano strategie di sopravvivenza narrativa: foto vecchie ripostate come nuove, inquadrature strettissime per far sembrare glamour un fine settimana a quaranta minuti da casa, stories selezionate con la stessa cura di una campagna elettorale.
Il capitalismo contemporaneo è riuscito in una magia straordinaria: trasformare persino il riposo in performance. Non basta stare bene. Bisogna documentarlo. Non basta andare via. Bisogna che sia instagrammabile. Non basta riposarsi. Bisogna meritarsi il riposo. Forse il gesto più rivoluzionario dell’estate potrebbe essere questo: dire la verità. Dire che no, quest’anno non si parte. Che i soldi bastano appena. Che non tutti abbiamo una carta di credito emotivamente disponibile. Che esistono vacanze bruttine, economiche, provinciali, normalissime. E che il mare visto dal lido accanto alla tangenziale vale comunque un tuffo. Anche perché, tra chi posta “office is my beach” ironicamente da un coworking a Milano e chi mangia un’insalata di riso sul balcone senza fingere di essere a Mykonos, forse la persona libera è la seconda.

Herstory

L’impurità rituale delle donne

// Alessandra Spada | Frauenarchiv //
Le mestruazioni sono state a lungo considerate un tabù, tanto da essere sostituite anche nel linguaggio quotidiano con degli eufemismi. Questa visione nasce da antiche credenze, diffuse in molte civiltà, che consideravano il corpo femminile “impuro” durante il ciclo mestruale, attribuendogli persino effetti negativi sulla natura e sulle persone.
© Felicity Lynn - unsplash
“Ho le mie cose”, “ho il marchese”, “sono indisposta” sono espressioni che in passato le donne comunemente usavano per indicare le “mestruazioni”, poiché solo nominare tale termine provocava un velo di vergogna e un senso di imbarazzo in chi lo pronunciava. Un atteggiamento, quest'ultimo, che affonda le sue radici in un passato in cui società patriarcali e religiose hanno etichettato per secoli il corpo femminile come “impuro” durante il ciclo mestruale, trasformando così un fenomeno naturalissimo in qualcosa di impronunciabile, in un tabù che persiste ancora oggi.

Nei secoli pre-cristiani il tabù nei confronti delle mestruazioni era comune a molte civiltà antiche nelle quali non solo veniva considerato “impuro” il corpo della donna mestruata, ma si riteneva che l'impurità venisse trasmessa a chi entrava in contatto con lei. Plinio il Vecchio nella sua Storia Naturale metteva sull'avviso che “in seguito al contatto con una donna in questo stato, il mosto inacidisce, i semi diventano sterili, gli alberi appassiscono, quelli da frutto si seccano e i loro frutti cadono solo che essa si sieda sotto.”
La retorica contro la presunta impurità mestruale delle donne è ripresa anche da teologi nel Medio Evo. Il canonista Paucapalea, faceva presente che: “Alle donne non è permesso visitare la chiesa durante le mestruazioni o dopo la nascita di un figlio. […] Attraverso il contatto col suo sangue i frutti non matureranno. […] Il ferro arrugginisce e l'aria diventa scura. Quando i cani lo assaggiano, diventano rabbiosi.”

Ancora alla fine del XVIII secolo il tabù del ciclo mestruale continuava ad essere teorizzato da scienziati e studiosi. Mantegazza affermava che “nell'epoca delle mestruazioni la donna è inadatta al lavoro fisico e psichico, irascibile, mentitrice”.

Secondo Cesare Lombroso, padre della moderna criminologia e autore del saggio La donna delinquente, la prostituta e la donna normale (1893), le mestruazioni potevano portare ad impulsi verso la cleptomania, la piromania, il furto, l’omicidio, il suicidio. Ancora nel 1945 uno studio rilevò che l’84% dei crimini violenti commessi dalle donne avvenivano durante il periodo premestruale e mestruale.

Segni di discriminazione ed esclusione della donna basati sul “pregiudizio” delle mestruazioni arrivano dunque fino al XX secolo e sono purtroppo ben ancorati nella mentalità maschilista se perfino alcuni membri dell’Assemblea costituente (1946) utilizzarono la fisiologia della donna come argomento per motivare la sua esclusione dalla magistratura.

Con il fardello di questa mentalità secolare che ha demonizzato il mestruo non c’è da stupirsi se ancora oggi a volte sopravvivono retaggi di questo tabù.
Alessandra Spada, è presidente del Frauenarchiv/Archivio storico delle donne di Bolzano. Ha insegnato per oltre 40 anni italiano L2 nelle scuole di lingua tedesca del Sudtirolo, attualmente in pensione. È autrice di saggi e testi sulla storia dell'Alto Adige con particolare focus sulla storia delle donne.