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Angriff durch die Hintertür

// Marlene Erschbamer //
Ich kann es nicht mehr hören: „Frauen und Männer sind ja bereits gleichberechtigt, nur wollen Frauen gleichere Rechte.“ Aha – ich lache später.

Wir Mütter müssen mindestens 150 Prozent geben, nur um der gesellschaftlichen Fingerzeig-Polizei keine Angriffsfläche zu geben. Wir organisieren, pflegen, schuften und versuchen ganz nebenbei, uns selbst nicht komplett wegzurationalisieren. Und nein, liebe Welt: Kurz alleine einkaufen oder drei Minuten ungestört unter der Dusche sind keine Ich-Zeit und schon gar kein Wellness-Urlaub.

Frauen stecken im Verantwortungs-Abo fest, das sich schlicht nicht kündigen lässt. Bei Männern beobachte ich dagegen ein weitverbreitetes Privileg der Nichtzuständigkeit. Wie sonst lässt sich erklären, dass jeder Besuch beim Elternabend oder das unfallfreie Bedienen der Waschmaschine als ehrenamtliche Höchstleistungen bejubelt werden?

„Du hast es gut, dein Mann macht ja eh alles!“ – Ernsthaft? Er macht alles, ich also nichts? Da haben wir es wieder: Mein Einsatz ist das Abo, sein Engagement das Ehrenamt – zumindest in der Wahrnehmung von außen. Der Vorwurf, Frauen wollen gleichere Rechte, ist die Kirsche auf dem Sahnehäubchen der gesellschaftlichen Ignoranz.

Als ob diese Alltags-Ignoranz nicht schon reichen würde, rollt gerade die nächste Welle: Rechte Frauen-Netzwerke fluten Europa mit einer Überdosis Bullerbü-Ästhetik. Identitätssuche und Überforderung werden schamlos ausgenutzt, um radikale Ansichten als vermeintliche Heimatromantik zu verkaufen. Dabei sehe ich das Problem weniger im häuslichen Leben, sondern vielmehr im getarnten Frontalangriff auf hart erkämpfte Rechte, der durch die Hintertür marschiert.

Und hier wird es völlig absurd: Es wird allen Ernstes diskutiert, ob das Frauenwahlrecht der größte Fehler des vergangenen Jahrhunderts war – begründet mit einer vermeintlichen biologischen Unterlegenheit. Ernsthaft? Sind wir mit diesem Thema nicht langsam durch? Doch das Erschreckende ist: Selbst Frauen klatschen Beifall und jubeln ihrer eigenen Entmündigung entgegen, als wäre Freiheitsentzug der neueste Interior-Trend.

Soviel zum Mythos der „gleicheren“ Rechte. Für alle, die immer noch dieser Meinung sind, habe ich revolutionäre Neuigkeiten: Frauen sind keine Rollenklischees auf zwei Beinen, sondern Menschen. Nicht Menschen mit Vorbehalt, nicht Menschen zweiter Klasse, sondern einfach: Menschen. Ach ja, und hart erkämpfte Rechte wie das Frauenwahlrecht sind keine historischen Irrtümer. Punkt.

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Il privilegio della dipendenza

// Cristina Pelagatti | Centaurus //
Dietro l’estetica della tradizione, una narrazione contemporanea che trasforma la dipendenza economica in scelta e il privilegio in libertà.
© David Todd McCarty - unsplash
Pane impastato all’alba, abiti da “La casa nella prateria”, tanti bambini biondi e sorridenti, pance esibite come simboli: l’estetica è nostalgica, ma il fenomeno è attualissimo. Sono le tradwives, donne che rivendicano un ruolo domestico, la cura dei figli e la sottomissione al marito (spesso anche a Dio), trasformate dai social, con l’hashtag #tradwives, in un prodotto culturale perfettamente monetizzabile. Figure come Hannah Neeleman, Ivy Lauren o Estee Williams incarnano questo immaginario: vite curate nei dettagli, tra fattorie, maternità e contenuti sponsorizzati. Ma perché questa narrazione funziona così bene? Perché non parla davvero di passato: vende un’idea di futuro. Un rifugio ordinato dentro un mondo instabile. In un’epoca segnata da precarietà, burnout e disuguaglianze, la promessa di una vita semplice e regolata da ruoli chiari è potente. Non è nostalgia: è desiderio di controllo. Ed è qui che si incrina il concetto di “libertà di scelta” rivendicato dalle tradwives. Scegliere di non lavorare non è mai neutro: richiede risorse, stabilità economica, una rete di supporto e spesso anche una posizione sociale privilegiata. Non a caso, l’immaginario dominante è bianco, occidentale, standardizzato. Il paradosso è evidente: molte tradwives lavorano eccome. Producono contenuti, costruiscono brand, generano reddito. Ma questo lavoro viene narrato come naturale estensione della loro vocazione domestica, quindi invisibilizzato. Non è piena emancipazione, ma nemmeno semplice rinuncia: è una zona grigia in cui il lavoro femminile torna nella sfera privata, sottratto a riconoscimento e diritti. La vera domanda non è se siano anti-femministe, ma quale idea di libertà stiamo accettando. Se la libertà diventa il diritto di scegliere anche la dipendenza economica senza interrogarne le condizioni, rischia di perdere significato politico. Il punto non è giudicare queste donne, ma evitare semplificazioni. Difendere la libertà sì, ma ricordando che senza autonomia economica resta fragile. Perché alcune possono scegliere di restare, altre no. E chiamarle entrambe “scelte” è già una posizione. La libertà non è scegliere di dipendere. È poter smettere, senza pagarne il prezzo. Se vale solo per chi può permettersela, non è libertà: è privilegio raccontato bene.