Von alten Hüten und neuen Rollen

DJ mit Mission: Barbara Stürz mischt als Mystica und Babs Bunny die Szene auf

Barbara Stürz, alias Mystica & Babs Bunny / © Heinrich von Kastellatz


„Du bist so fanatisch auf diese Musik, mach was daraus!“ Diese Prophezeiung legte den Grundstein für den Weg der Aldeinerin Barbara Stürz. 2014 begann sie Progressive Trance aufzulegen, und wählte den Künstlernamen Mystica. Doch sie blieb nicht in einer Schublade: Eine Anfrage für House und Techno entfachte – trotz anfänglicher Skepsis – ein zweites Feuer. „Jemand setzte mir Hasenohren auf, ein anderer rief mir ‚Hey, Babs Bunny‘ zu – der Name blieb hängen und gefiel mir“, lacht sie. So wurde Babs Bunny geboren.
Heute gibt sie ihr Wissen weiter. In der Basis Vinschgau begeisterte sie in mehreren Kursen Frauen für das Mischpult, woraus das Kollektiv Beats Babes entstand. Am 7. März feierten sie in der Basis ihre gemeinsame Premiere. „Die Mädels, die bei allen Kursen dabei waren, haben aufgelegt und sie haben unglaubliches Potenzial“, schwärmt sie.
Sie fördert den Zusammenhalt unter Frauen. Dies erlebt sie in verschiedensten DJ-Gruppen im In- und Ausland, in denen Frauen sich gegenseitig unterstützen. „Wir Frauen schanzen uns auch gegenseitig Aufträge zu.“ Neid und Missgunst sind ihr fremd – ganz im Gegensatz zum harten Konkurrenzkampf, den sie oft in der männerdominierten Szene erlebt.
Als Mystica und Babs Bunny wird Barbara Stürz dieses Jahr noch öfters hinter den Decks stehen. Auch die weitere Entwicklung der frisch geborenen Beats Babes verspricht noch einige Highlights.

* Der Begriff „DJ” ist genderneutral. Immer mehr weibliche Acts lehnen die Bezeichnung „DJane” ab, da sie als stigmatisierende Verniedlichung oder gar als sexistisch empfunden wird und von der fachlichen Kompetenz ablenkt.

Von alten Hüten und neuen Rollen

In divisa dietro le sbarre

Roberta Bifolchetti, assistente capo della polizia penitenziaria / Roberta Bifolchetti in divisa © Alessia Galeotti


"A Bolzano guida l’ufficio segreteria del carcere di Bolzano, ma dietro la scrivania c’è una storia che parla di determinazione e senso della divisa. Roberta Bifolchetti, 43 anni, originaria di Napoli, è assistente capo della polizia penitenziaria. È anche mamma di un bambino di quattro anni e compagna di un collega: una vita divisa tra lavoro e famiglia che, racconta, riesce a gestire con serenità anche grazie all’organizzazione degli uffici.
Il suo percorso in uniforme inizia presto. A 22 anni si arruola nell’esercito, in un periodo in cui la presenza femminile nelle forze armate era ancora una novità. “Erano gli inizi per le donne: se sceglievi quella strada, dovevi dimostrare di meritartela ogni giorno.” A 26 anni entra nella polizia penitenziaria. “Ho sempre sognato la divisa per senso di giustizia. La indosso con orgoglio, anche se a volte ne sento il peso.”
In carcere, spiega, il rispetto delle regole e dei ruoli è fondamentale. Ma lo è anche l’approccio umano. “Il detenuto qui è spogliato della sua armatura. Bisogna trattare tutti allo stesso modo, a prescindere dalle scelte che li hanno condotti fin qui.”
Nella casa circondariale di via Dante le donne della penitenziaria sono una decina e ricoprono quasi tutti i turni, compresa la vigilanza armata sul muro esterno. “Siamo molto importanti anche nei colloqui con i familiari, dove serve sensibilità per gestire situazioni spesso traumatiche.”
Non sempre è semplice. Alcuni detenuti, per ragioni culturali, faticano a riconoscere il ruolo di una donna ma il cambiamento è in corso.
E cambia anche la missione del corpo. “Non siamo semplici guardiani. Oggi la polizia penitenziaria è in prima linea nel percorso di rieducazione del detenuto.”