Von alten Hüten und neuen Rollen
In divisa dietro le sbarre

Roberta Bifolchetti, assistente capo della polizia penitenziaria / Roberta Bifolchetti in divisa © Alessia Galeotti
"A Bolzano guida l’ufficio segreteria del carcere di Bolzano, ma dietro la scrivania c’è una storia che parla di determinazione e senso della divisa. Roberta Bifolchetti, 43 anni, originaria di Napoli, è assistente capo della polizia penitenziaria. È anche mamma di un bambino di quattro anni e compagna di un collega: una vita divisa tra lavoro e famiglia che, racconta, riesce a gestire con serenità anche grazie all’organizzazione degli uffici.
Il suo percorso in uniforme inizia presto. A 22 anni si arruola nell’esercito, in un periodo in cui la presenza femminile nelle forze armate era ancora una novità. “Erano gli inizi per le donne: se sceglievi quella strada, dovevi dimostrare di meritartela ogni giorno.” A 26 anni entra nella polizia penitenziaria. “Ho sempre sognato la divisa per senso di giustizia. La indosso con orgoglio, anche se a volte ne sento il peso.”
In carcere, spiega, il rispetto delle regole e dei ruoli è fondamentale. Ma lo è anche l’approccio umano. “Il detenuto qui è spogliato della sua armatura. Bisogna trattare tutti allo stesso modo, a prescindere dalle scelte che li hanno condotti fin qui.”
Nella casa circondariale di via Dante le donne della penitenziaria sono una decina e ricoprono quasi tutti i turni, compresa la vigilanza armata sul muro esterno. “Siamo molto importanti anche nei colloqui con i familiari, dove serve sensibilità per gestire situazioni spesso traumatiche.”
Non sempre è semplice. Alcuni detenuti, per ragioni culturali, faticano a riconoscere il ruolo di una donna ma il cambiamento è in corso.
E cambia anche la missione del corpo. “Non siamo semplici guardiani. Oggi la polizia penitenziaria è in prima linea nel percorso di rieducazione del detenuto.”
Il suo percorso in uniforme inizia presto. A 22 anni si arruola nell’esercito, in un periodo in cui la presenza femminile nelle forze armate era ancora una novità. “Erano gli inizi per le donne: se sceglievi quella strada, dovevi dimostrare di meritartela ogni giorno.” A 26 anni entra nella polizia penitenziaria. “Ho sempre sognato la divisa per senso di giustizia. La indosso con orgoglio, anche se a volte ne sento il peso.”
In carcere, spiega, il rispetto delle regole e dei ruoli è fondamentale. Ma lo è anche l’approccio umano. “Il detenuto qui è spogliato della sua armatura. Bisogna trattare tutti allo stesso modo, a prescindere dalle scelte che li hanno condotti fin qui.”
Nella casa circondariale di via Dante le donne della penitenziaria sono una decina e ricoprono quasi tutti i turni, compresa la vigilanza armata sul muro esterno. “Siamo molto importanti anche nei colloqui con i familiari, dove serve sensibilità per gestire situazioni spesso traumatiche.”
Non sempre è semplice. Alcuni detenuti, per ragioni culturali, faticano a riconoscere il ruolo di una donna ma il cambiamento è in corso.
E cambia anche la missione del corpo. “Non siamo semplici guardiani. Oggi la polizia penitenziaria è in prima linea nel percorso di rieducazione del detenuto.”

