Chill

Das Gewicht der Welt

// Kathinka Enderle //
Geerdet sein beginnt nicht im Kopf. Es beginnt unten, dort, wo der Körper aufhört und die Welt anfängt. Mit Haut auf Asphalt. Mit Gewicht auf Erde. Mit Füßen.
© Elina Sazonova - pexels
Wer wirklich nachdenkt, wann man sich zuletzt geerdet gefühlt hat – ruhig, präsent, bei sich – wird meistens feststellen, dass es kein Gedanke war, der das ausgelöst hat. Es war ein Moment. Ein Spaziergang im Regen. Barfuß auf Waldboden. Das Gefühl, dass der Boden einen hält, und man sich selbst nicht mehr tragen muss. Füße sind in dieser Hinsicht ehrlicher als der Rest des Körpers. Sie werden nicht trainiert, um gut auszusehen. Sie werden nicht inszeniert, nicht geformt für den Blick anderer – oder doch, und dann sieht man es ihnen an. Ein Fuß, der jahrzehntelang in zu engen Schuhen steckte, trägt das sichtbar: die einwärts gebogenen Zehen, die Hornhaut an Stellen, die schmerzhaft scheuerten, der Hallux, der langsam wanderte, weil Schönheit wichtiger war als Platz. Frauenfüße sind häufig geformte Füße, nicht von Arbeit oder Bewegung, sondern von Erwartung. Der Stöckelschuh, das westliche Erbe des Lotosfuß-Ideals: weniger brutal, aber ähnlich in der Logik. Der weibliche Körper wird von unten her umgebaut, bis selbst der Stand zur Ästhetik wird. Wer so steht, steht nicht auf der Erde. Er balanciert über ihr.
Das Archiv unseres Lebens
Anatomisch ist der Fuß ein Wunderwerk. Sechsundzwanzig Knochen, dreiunddreißig Gelenke, über hundert Muskeln, Sehnen und Bänder und gleichzeitig unser körperliches Archiv. Er liest den Untergrund, bevor wir ihn bewusst wahrnehmen. Er trägt das, was wir durchgemacht haben: langes Stehen, weite Wege, zu viel Last. Und er mahnt uns: Das Leben passiert hier. Auf der Erde. Nicht darüber. Kein Zufall also, dass Füße in Mythen und Geschichten immer dann auftauchen, wenn es um Demut und Zugehörigkeit geht. Maria Magdalena, die vom Boden aus dient; Aschenputtel, deren Fuß passt, während andere sich kleiner machen; die Meerjungfrau, die für jeden Schritt brennt. Immer dieselbe Frage:
Wer darf stehen, wie er ist?
Kontakt statt Kontrolle
Geerdetsein stellt dieselbe Frage. Es fragt nicht, ob man dazugehört, sondern ob man bei sich ist. Ob man Kontakt hat mit dem, was einen trägt. Ob man dem eigenen Gewicht traut. Das ist schwieriger, als es klingt. Denn Geerdetsein ist kein Zustand, den man einmal erreicht und dann hat. Es ist eher eine Praxis des wiederholten Zurückkehrens in den Körper, in den Moment, in den Kontakt mit dem Boden. Manche finden das in Meditation, andere beim Laufen, beim Kochen, beim Barfußgehen im Gras. Was diese Momente gemeinsam haben, ist nicht Stille oder Langsamkeit. Es ist Kontakt. Die Bereitschaft zu spüren, was gerade trägt.
Die Biografie der Spuren
Füße sind dabei vielleicht das ehrlichste Symbol, das wir haben. Nicht weil sie schön sind – oft sind sie es nämlich nicht. Ein Fuß, der einfach ein Fuß ist – breit, rissig, ungekünstelt – wirkt schnell anstößig. Vielleicht, weil er nicht vorgibt, etwas anderes zu sein. Weil er zeigt, was ein Körper wirklich ist: Kein Objekt, das betrachtet wird, sondern ein Subjekt, das lebt. Das geht, stolpert, trägt, altert. Geerdetsein heißt, das auszuhalten. Die Spuren, die das Leben hinterlässt, nicht wegzuretuschieren, sondern anzuerkennen. Sie sind keine Makel, sie sind unsere Biografie, die uns geerdet hält.

No woman - No panel

Dove le donne non sono l'eccezione

// Linda Albanese //
La domanda, da anni, è sempre la stessa: dove sono le donne? Nei convegni, nei tavoli decisionali, ai vertici delle istituzioni? Ma oggi, a Merano, le donne ci sono. E guidano la città. Dalla sindaca alle principali istituzioni cittadine, una rete di leadership femminili racconta un cambiamento culturale.
La sindaca Katharina Zeller, la segretaria generale Lucia Attinà, la direttrice delle Terme Adelheid Stifter, la presidente dell'Azienda di Soggiorno Ingrid Hofer e la direttrice Daniela Zadra, la direttrice del Museo delle Donne Julia Aufderklamm, la presidente di Merano Galoppo Clara Martone, la direttrice di Meranarena Sandra Zambianco, la direttrice del Comprensorio sanitario Janah Maria Andreis e la direttrice dei Giardini di Castel Trauttmansdorff Gabriele Pircher: una concentrazione di leadership femminili difficilmente riscontrabile altrove in Italia. Non è un caso che i principali quotidiani nazionali abbiano dedicato pagine intere alla "città delle donne". Le protagoniste intervistate ricordano che la presenza femminile ai vertici non è un punto di arrivo, ma uno strumento di trasformazione. Vedere donne che amministrano e decidono rende quei ruoli immaginabili anche per le nuove generazioni, contribuendo a superare stereotipi che per decenni hanno identificato la leadership con il maschile.
Le radici del cambiamento
Questo risultato affonda le radici nella storia del femminismo meranese. Un ruolo decisivo lo ha avuto il Museo delle Donne, fondato nel 1988 per restituire visibilità alle protagoniste della storia e promuovere educazione alle pari opportunità. Negli stessi anni prese forma anche la Casa delle Donne di Merano, la prima dell'Alto Adige, nata dall'impegno dell'associazione Donne contro la violenza: non solo un rifugio e un centro antiviolenza, ma un presidio culturale e sociale che ha contribuito a rendere visibile la violenza di genere come problema collettivo. È anche grazie a questo lavoro che oggi la presenza di tante donne ai vertici appare come il frutto di un cambiamento coltivato nel tempo. Accanto ad altoatesine di madrelingua tedesca siedono donne del gruppo linguistico italiano e professioniste con esperienze maturate dentro e fuori la provincia. Una leadership plurale che riflette il carattere bilingue e interculturale di Merano.
La città cambia prospettiva
La presenza femminile non si riflette solo nelle nomine, ma anche nelle politiche. La sindaca Zeller punta, infatti, a una città progettata con uno sguardo di genere: tra i prossimi obiettivi c'è l'Atlante di genere di Merano, affidato alle architette Florencia Andreola e Azzurra Muzzonigro, che analizzerà gli spazi urbani in base ai bisogni di tutte e tutti per orientare una pianificazione più sicura, accessibile e inclusiva. La parità, naturalmente, non si misura contando le poltrone occupate dalle donne, ma verificando se le opportunità sono davvero accessibili. Eppure Merano rappresenta oggi un segnale importante: non perché esibisca "quote rosa", ma perché dimostra che ciò che per troppo tempo è stato considerato eccezionale può finalmente diventare normale. È questo il senso più profondo del No Women No Panel: costruire una società in cui la presenza femminile nei luoghi decisionali non faccia più notizia.
Visite guidate al femminile
Il Museo delle Donne di Merano organizza visite guidate attraverso i vicoli e gli edifici nascosti della città, dove hanno vissuto e lavorato diverse donne. Molte di loro non sono menzionate in nessun libro di storia, nonostante abbiano raggiunto grandi traguardi e aiutato la città a costruire il suo attuale splendore. Donne delle più diverse etnie e religioni che qui hanno scritto la storia, aprendo una visione del tutto nuova di Merano e della sua diversità.
Prenotazioni e informazioni: 0473 231216, service@museia.it