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La lingua della cura

// Alessia Galeotti //
Arrivata in Italia senza conoscere l’italiano, oggi Humera Hameed è mediatrice interculturale all’ospedale di Bolzano: accompagna donne straniere nei percorsi di cura, traducendo non solo le parole, ma anche le paure, i diritti e la fiducia.
Humera Hameed, mediatrice interculturale © Alessia Galeotti
Quando Humera Hameed è arrivata in Italia dal Pakistan aveva 25 anni ed era alla sua prima gravidanza. La scoperta della maternità per lei è stata un’esperienza di spaesamento profondo. “Non parlavo italiano e l’ospedale era un luogo che mi faceva molta paura. Non capivo cosa mi venisse detto, non riuscivo a esprimermi, conoscevo solo parole isolate: ‘fame’, ‘fa male’. Nessuna frase.”
A rendere tutto più difficile c’era anche il contesto culturale. “In Pakistan i mariti non possono entrare durante le visite ginecologiche. Mio marito traduceva per me, ma all’inizio provava vergogna. Era un ruolo che lo metteva a disagio.” La distanza linguistica e culturale rendeva ogni visita un ostacolo, ogni decisione un salto nel vuoto.
Dalla paura alla consapevolezza
Quell’esperienza di solitudine e paura, però, non è rimasta fine a sé stessa. Negli anni è diventata il motore di un impegno concreto. Dal 2013 Humera lavora come mediatrice interculturale, prima all’interno di una cooperativa e oggi come punto di riferimento diretto per chi ha bisogno di supporto linguistico e culturale in ambito sanitario. Traduce in urdu e punjabi, lingue parlate da molte donne provenienti da Pakistan, India e Bangladesh, ed è stata una delle prime donne pakistane a ricoprire questo ruolo all’ospedale di Bolzano.
Oggi Humera vive a Termeno con il marito e i loro quattro figli, ormai grandi. Una famiglia costruita nel tempo, insieme a una nuova vita in Alto Adige, dove il suo lavoro è diventato anche un ponte tra mondi diversi.
La mediazione interculturale è stata introdotta inizialmente nei reparti legati alla maternità e all’infanzia. “Abbiamo cominciato con le donne in gravidanza e con le mamme con bambini piccoli. È lì che il bisogno di capire e di essere capite è più forte.” Con il tempo, però, la presenza delle mediatrici si è estesa a tutti i reparti, dalla neonatologia all’oncologia, fino alle situazioni più complesse dal punto di vista emotivo.
Essere la lingua, non solo la voce
Nel suo lavoro Humera ha affiancato anche donne vittime di violenza, che spesso faticavano ad aprirsi con medici e operatori sanitari e trovavano in lei l’unica figura con cui sentirsi davvero al sicuro. “A volte avevano bisogno solo di parlare con una donna che capisse la loro lingua e la loro cultura. Solo così riuscivano a raccontare quello che avevano vissuto.” In questi casi la mediazione diventa uno spazio di fiducia imprescindibile, il primo passo per avviare qualsiasi percorso di cura, tutela e protezione.
Il ruolo della mediatrice non si limita però alla traduzione letterale delle parole. “I medici ci hanno spiegato una cosa fondamentale: noi non siamo semplici traduttrici, siamo la loro lingua. È una grande responsabilità.” Una responsabilità che passa anche dal superamento di un tema delicato come quello della privacy. “All’inizio non era facile. Molti pazienti non vogliono persone estranee durante le visite. Ma i medici avevano bisogno che i pazienti capissero davvero cosa stava succedendo. Piano piano la fiducia si è costruita.”
In alcuni casi il supporto è andato oltre l’ambulatorio. “Un paio di volte sono entrata anche in sala operatoria”, racconta Humera. “Ho tenuto per mano una ragazza che doveva essere operata, spiegandole passo dopo passo cosa le avrebbero fatto. Aveva paura, non capiva la lingua, ma sapere cosa stava succedendo l’ha aiutata ad affrontare l’intervento.” Un accompagnamento umano prima ancora che professionale.
Un altro nodo sensibile resta quello delle visite ginecologiche. Per molte donne straniere la figura del ginecologo uomo rappresenta ancora un ostacolo culturale difficile da superare. “Per molte è complicato farsi visitare da un uomo, ma negli anni qualcosa sta cambiando. Anche dal punto di vista religioso oggi si comprende sempre di più che la vita e la salute vengono prima di tutto. La nostra fede consente di farsi curare anche da un uomo, perché la vita è più importante.”
Comunicare una cattiva notizia è forse una delle prove più dure. “Ricordo un padre che non riusciva ad accettare la diagnosi gravissima della figlia. Il medico spiegava, io traducevo, ma lui non voleva capire. Non perché non comprendesse le parole, ma perché il dolore era troppo grande.” In questi momenti la mediazione diventa anche accompagnamento emotivo, presenza silenziosa accanto a chi soffre.
Salute, autonomia, integrazione
Proprio in ospedale, grazie a un’intuizione della pediatra Donatella Mascheroni, è nato negli anni scorsi un progetto che unisce salute, autonomia e integrazione: un corso di ricamo per donne straniere. “Molte donne non uscivano mai di casa. Con la scusa del punto croce sono venute agli incontri, in uno spazio pubblico.” Durante il corso bevevano tè, mangiavano torte, parlavano tra loro, si conoscevano. “Intanto imparavano l’italiano, costruivano relazioni, uscivano dall’isolamento.” Un percorso semplice ma potente, nato dall’osservazione di un problema concreto: bambini di cinque o sei anni costretti a tradurre per le madri durante le visite mediche, caricati di una responsabilità troppo grande.
“La salute non è solo una questione clinica”, conclude Humera. “È sentirsi comprese, avere il diritto di fare domande, di capire cosa succede al proprio corpo e ai propri figli. Quando una donna riesce a farlo, è già un passo avanti nella cura.” Un passo che parla di pari opportunità, accesso ai diritti e dignità, indipendentemente dalla lingua o dal Paese di origine.

ëres young speak

Eine Depression mit Ablaufdatum

// Kathinka Enderle //
Anna ist 27 und lebt mit einer Depression, die kommt und geht. PMDS ist eine Erkrankung, bei der sich mit dem Zyklus auch die Psyche verändert und einige Tage im Monat bestimmt, wie hell sich ihr Leben anfühlt.
Karolina Grabowska © pexels
Wenn die Zeit kippt
Anna lacht gerne, trinkt ihren Kaffee schwarz und vergisst regelmäßig ihre Pflanzen zu gießen. Wenn sie nicht arbeitet, verbringt sie ihre Zeit mit ihrem Freund, trifft Freundinnen und diskutiert über Gott und die Welt und vor allem über das, was wohl die Zukunft bringt. Anna hat, von Außen betrachtet, ein Leben, das gut funktioniert. Sie sagt selbst, sie wäre oft glücklich, beschreibt ihr Leben aber auch anders: „Mein Leben ist wie eine Kerze. Entweder brennt sie ruhig und hell, oder sie flackert so stark, dass ich Angst habe, sie erlischt ganz und übrig bleibt dann nur noch die Dunkelheit.“ Die meiste Zeit brennt die Kerze stabil. Aber einige Tage vor ihrer Periode verändert sich ihr Licht und damit auch ein Stück weit sie selbst.
Wenn das Flackern beginnt
Annas Stimmung kippt. Gedanken werden dunkel und beängstigend, sie reagiert gereizt, ist traurig und lebt mit starker Angst. „Ich weiß, dass dieser Zustand wieder geht. Trotzdem fühlt es sich jedes Mal an, als würde ich mich selbst verlieren”. Die Kerze brennt noch, aber sie flackert stark und mit jedem Flackern wächst in ihr die Angst, dass dieses Licht irgendwann doch nicht mehr zurück zu seinem stabilen Zustand findet. „Ich erkenne mich wieder und doch nicht. Ich weiß nur: In dieser Zeit möchte ich nicht in meinem Kopf leben.“
Wenn die Depression kommt und wieder geht
Prämenstruelle dysphorische Störung (PMDS), heißt das, was Anna erlebt. Eine Diagnose, die im ICD-11* verankert ist und dennoch oft übersehen wird. PMDS tritt in der zweiten Zyklushälfte kurz vor der Periode auf. Mit Beginn der Periode bessern sich die Symptome und verschwinden meist wieder. Mindestens ein Symptom ist eine depressive Verstimmung, starke Reizbarkeit und emotionale Instabilität. Hinzu kommen weitere körperliche und kognitive Beschwerden. Wichtig ist der zeitliche Zusammenhang und die zyklische Wiederholung.
„Es ist eine Depression mit Ablaufdatum“, sagt Anna. „Aber erklär das mal jemandem.“
Wenn man nicht ernst genommen wird
„Irgendwann wollte ich mir Hilfe holen. Der Hausarzt zuckte mit den Schultern, der Gynäkologe meinte, ich müsse da durch, der Psychiater sagte, ich sei depressiv.” Ein Antidepressivum, eine Schublade, ein Missverständnis. Dabei ist PMDS keine Einbildung und vor allem keine persönliche Schwäche. Die Symptome entstehen im Zusammenspiel von Hormonveränderungen und individueller Vulnerabilität und verursachen schlimmen Leidensdruck. „Mein Leiden wurde gesehen, aber niemand hat gefragt, warum es jeden Monat wiederkam”, erzählt sie. „Ich war nicht schwach“, sagt Anna. „Ich war zyklisch.“
Wenn das Licht hält
„Wenn die Periode einsetzt, beruhigt sich das Flackern. Die Kerze hat wieder ihre stabile Flamme. Dann denke ich oft: War es wirklich so schlimm? Und ein paar Wochen später weiß ich wieder: Ja. War es.“ PMDS fordert Aufmerksamkeit, Glauben, kein Abwinken. Psychisches Leiden kann zeitlich gebunden und dennoch real sein. „Das Flackern ist nicht das Problem“, sagt Anna. „Das Problem ist, dass kaum jemand darauf reagiert. Nicht (medizinisch) wegsehen“, wünscht Anna sich. „Das wäre schon viel.”
Quellen zu Symptomen: Nayman, S. et al. (2022). Die prämenstruelle Dysphorische Störung (PMDS): Eine neue Diagnose in der ICD-11. Psychotherapeutenjournal, 21, 138-147.
* Die ICD-11 ist die 11. Version der internationalen statistischen Klassifikation der Krankheiten und verwandter Gesundheitsprobleme (aktuell nur in englischer, bald auch in deutscher Sprache verfügbar)