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Stark sein müssen

// Kathinka Enderle //
Kristina ist 25 und erfüllt alles, was man heute eine „starke Frau“ nennt. Sie arbeitet Vollzeit, pflegt ihren kranken Partner und hält ein Leben zusammen, das jederzeit zu kippen droht.
© Mart Production - pexels
Kristina steht früh auf. Erst mit den zwei Hunden raus, dann Medikamente vorbereiten, bevor sie zur Arbeit fährt. Ihr Partner ist chronisch krank. An manchen Tagen ist er stabil, an anderen nicht. „Wenn ich nicht da bin, läuft vieles einfach nicht“, sagt sie. Nach der Arbeit kauft sie ein, kocht, kümmert sich, organisiert Arzttermine, telefoniert mit Versicherungen. Dazwischen versucht sie, so etwas wie einen Alltag aufrechtzuerhalten. „Ich funktioniere einfach“, sagt sie. „Ich habe gar keine andere Option.“
Wenn Verantwortung sich stapelt
Auch im Job hört es nicht auf. Ein Kollege ist ausgefallen, eine Stelle unbesetzt. Kristina übernimmt beides. „Nur vorübergehend“, hieß es am Anfang. „Du schaffst das doch“, sagt ihre Chefin. „Auf dich ist Verlass.“ Kristina nickt. Was soll sie auch sonst tun? „Ich kann schlecht sagen, dass ich nicht kann“, sagt sie. „Zu Hause wartet jemand, der mich braucht. Und im Job auch.“ Stärke ist für sie kein Ideal. Es ist das, was übrig bleibt, wenn es keine Alternative gibt.
Wenn niemand fragt
„Du bist so stark“, sagen ihre Freundinnen. „Ich bewundere, wie du das alles schaffst.“
Kristina lächelt dann. „Ich glaube, die Leute meinen das nett“, sagt sie. „Aber es fühlt sich an, als würde mir damit gleichzeitig gesagt: Mach einfach weiter so.“ Niemand fragt: Wie lange geht das noch? Niemand fragt: Was kostet dich das eigentlich? Vielleicht auch, weil die Antwort unbequem wäre. „Ich habe das Gefühl, darüber spricht man nicht“, sagt sie. „Dass Dinge zu viel sind. Dass man das alles gar nicht schaffen will.“ Es ist ein stilles Tabu: Dass Stärke nicht nur etwas ist, das trägt, sondern auch etwas, das erdrücken kann.
Wenn Stärke zur Pflicht wird
Das Bild der starken, unabhängigen Frau begleitet sie schon lange. „Sei nicht abhängig.“
„Komm alleine klar.“ „Du brauchst niemanden.“ Kristina hat das verinnerlicht. Und gleichzeitig lebt sie ein Leben, in dem sie permanent gebraucht wird. „Es passt nicht zusammen“, sagt sie. „Ich soll stark sein, alles tragen, aber niemand sagt, was ist, wenn es zu viel wird.“ Überforderung passt nicht in dieses Bild. Zweifel auch nicht. „Wenn ich sage, ich kann nicht mehr, habe ich das Gefühl, ich enttäusche alle“, sagt sie. „Also sage ich es nicht.“
Wenn es zu viel wird
Manchmal sitzt Kristina abends auf dem Badezimmerboden. Die Tür ist geschlossen und das Licht gedimmt. Für ein paar Minuten ist niemand da, der etwas von ihr will. „Das sind die einzigen Momente, in denen ich merke, wie erschöpft ich bin“, sagt sie. Dann steht sie wieder auf. „Ich kann es mir nicht leisten, schwach zu sein“, sagt sie. „Dafür hängt zu viel an mir.“
Wenn Stärke neu gedacht werden muss
Vielleicht ist Stärke nicht das endlose Aushalten. Vielleicht ist sie auch das Anerkennen von Grenzen, selbst dann, wenn das Leben keinen Raum dafür lässt. Und vielleicht müsste genau darüber mehr gesprochen werden. „Nicht nur darüber, wie stark Frauen sind“, sagt Kristina, „sondern auch darüber, was diese Stärke manchmal kostet.“ Kristina beginnt vorsichtig, Dinge auszusprechen. Im Job sagt sie mal: „Das ist zu viel.“ Zu Hause bittet sie um Hilfe, auch wenn es sich ungewohnt anfühlt. „Es ändert nicht alles“, sagt sie. „Aber es fühlt sich an, als würde ich mich selbst wenigstens wieder ein bisschen ernst nehmen.“ Stärke, merkt sie, ist nicht nur das Tragen. „Ich will nicht immer stark sein müssen“, sagt Kristina. „Ich will auch einfach mal gehalten werden.“

Intervista

Il desiderio non ha età

// Alessia Galeotti //
Per decenni ha imparato a tacere. A non parlare del corpo, del piacere, della menopausa, della mancanza di desiderio o, al contrario, della sua presenza inattesa anche in vecchiaia. Oggi ha 84 anni, vive in una casa di riposo di Bolzano e accetta di raccontarsi in forma anonima. Lo fa con pudore, abbassando spesso la voce, ma anche con una sorprendente lucidità.
© Luigi Ritchie - unsplash
Nelle sue parole c’è il ritratto di una generazione cresciuta nell’idea che la sessualità femminile debba restare invisibile: prima dovere coniugale, poi silenzio. Eppure il bisogno di contatto, affetto e intimità - racconta - non scompare con l’età. A sparire, semmai, è lo spazio per dirlo senza vergogna.
Parlare di sessualità le crea imbarazzo?
Sì, ancora oggi. Sono cresciuta in un’epoca in cui certe cose non si dicevano nemmeno tra amiche. Figuriamoci parlare di desiderio, di piacere o del proprio corpo. Da giovani il sesso era quasi un dovere matrimoniale, non qualcosa su cui riflettere o da vivere liberamente. Anche adesso, a 84 anni, mi viene spontaneo abbassare la voce quando ne parlo. È come se dentro di me fosse rimasta l’idea che una donna “perbene” non debba parlare di queste cose.
Con le sue amiche affrontavate mai questi temi?
Mai apertamente. Si parlava dei figli, della casa, dei mariti, ma non di quello che succedeva in camera da letto. Se una aveva problemi, se li teneva per sé. E anche oggi è così. In casa di riposo si scherza magari sugli uomini o sui ricordi della giovinezza, ma poi nessuna racconta davvero cosa prova o cosa le manca. Molte fanno finta che certi bisogni non esistano più.
Com’era vissuta la menopausa nella sua generazione?
Come qualcosa da sopportare in silenzio. Nessuno ti spiegava niente. Ricordo vampate, nervosismo, insonnia… ma pensavo fosse normale e basta. Non c’erano medici che parlavano apertamente di menopausa, né programmi in televisione o articoli sui giornali. Oggi vedo che le donne sono più informate, e secondo me è una fortuna enorme.
La menopausa ha cambiato anche la sua sessualità?
Sì, molto. Il desiderio è cambiato, ma non è sparito. Però il corpo cambia: c’è più secchezza, più fastidio, e questo influisce anche sulla voglia. Per tanti anni ho pensato che fosse inevitabile rinunciare. Solo più tardi ho scoperto che esistevano creme, cure, aiuti. Ma nella mia generazione molte non chiedevano nulla per pudore, quasi fosse una colpa voler stare bene anche da quel punto di vista.
Con suo marito riusciva a parlare di desiderio e difficoltà?
Non molto. Ci volevamo bene, siamo stati insieme tutta la vita, ma certe parole non facevano parte del nostro matrimonio. C’era affetto, complicità, tenerezza. Però parlare apertamente di sessualità era difficile anche per lui. Gli uomini della sua generazione non erano abituati a confrontarsi su queste cose.
Il desiderio esiste anche nella terza età?
Certo che sì. Magari cambia forma. Non è come a trent’anni, ma il bisogno di contatto, di sentirsi desiderate, di avere intimità non sparisce. Sparisce piuttosto lo spazio per dirlo. La società pensa che gli anziani non abbiano più una vita affettiva o sessuale. Ma siamo persone fino all’ultimo giorno.
Anche l’autoerotismo resta un tabù?
Molto. Per una donna della mia età è quasi impensabile ammetterlo. Eppure il corpo resta vivo. Credo che tante donne abbiano avuto momenti di intimità con sé stesse senza mai chiamarli così, senza mai parlarne. Ci hanno insegnato che il piacere femminile era qualcosa da nascondere, quasi una vergogna.
Dopo la morte di suo marito è cambiato il modo di vivere il corpo e l’affettività?
Sì. All’inizio senti soprattutto il vuoto della persona, della quotidianità. Poi però ti rendi conto che manca anche il contatto fisico: una carezza, dormire accanto a qualcuno, sentirsi abbracciate. Sono cose di cui gli anziani non parlano perché sembra quasi sconveniente avere ancora questi bisogni.
Perché secondo lei è importante affrontare questo tema oggi?
Perché il silenzio fa sentire sbagliate tante donne. Se a 70 o 80 anni provi ancora desiderio pensi quasi di doverti vergognare. Invece il corpo cambia, ma non smette di sentire. E parlarne aiuterebbe anche a vivere meglio certe difficoltà fisiche o emotive senza sentirsi sole. Nessuna donna dovrebbe sentirsi “finita” solo perché invecchia.
Amore e sessualità nella terza età: la campagna in Alto Adige


Parlare di amore, desiderio e intimità nella terza età resta ancora un tabù. Eppure il bisogno di affetto, vicinanza e contatto non scompare con gli anni. Proprio per questo, in Alto Adige è stata promossa una campagna di sensibilizzazione dedicata al tema della sessualità nelle persone anziane, accompagnata da incontri pubblici, proiezioni cinematografiche e da un opuscolo informativo distribuito anche negli ambulatori medici.

L’obiettivo è semplice ma ancora rivoluzionario: ricordare che la sessualità fa parte della vita in ogni fase dell’esistenza. Non solo come rapporto fisico, ma anche come bisogno di tenerezza, relazione, ascolto e identità personale.

L’opuscolo affronta temi spesso ignorati, come il cambiamento del corpo con l’età, il desiderio nella terza età, i pregiudizi sociali e il diritto degli anziani a vivere liberamente la propria affettività. Un messaggio importante soprattutto per le donne, cresciute in generazioni in cui parlare di piacere o bisogni emotivi era spesso motivo di vergogna.

Affrontare questi temi apertamente significa anche contrastare solitudine, isolamento e stereotipi. Perché il diritto all’intimità non ha scadenza.