roh&ungeschält

Bleib sperrig

// Marlene Erschbamer //
Es ist doch immer dasselbe Spiel: Verhalte dich konform und ecke nicht an, dann wird es dir relativ gut gehen. Aber wehe, du tanzt aus der Reihe. Pfui! Bloß nicht die altehrwürdige gesellschaftliche Ordnung ins Wanken bringen!

Es gibt jedoch so viele Menschen, die nicht in diese einengenden Schubladen passen. Da kann von außen noch so sehr versucht werden, sie reinzuquetschen und anschließend die Schublade schnell zu schließen – egal, ob den Menschen darin die Luft zum Atmen fehlt. Was sich anhört wie ein schlechter Traum oder gar wie gesellschaftliche Gleichschaltung, wie sie in manchen Ländern radikal praktiziert wird, findet auch bei uns Tag für Tag auf seine Weise statt.

Dabei braucht es nicht viel, um zur gesellschaftlichen Irritation zu werden. Aus eigener Erfahrung weiß ich, dass es manchmal ausreicht, den Garten anders zu bewirtschaften oder Interessen zu haben, die angeblich nicht zu einer Frau und Mutter passen.

Beispiel gefällig? Im Sommer sagte eine Beobachterin meiner Gartentätigkeit zu mir: „Du hast einen eigenartigen Garten. Das sieht eher aus wie ein Kunstwerk. Etwas komisch, oder?“ – „Ja, alles andere würde wohl nicht zu mir passen“, erwiderte ich. Sie lachte zustimmend. Wenige Wochen später führte ich mit einer anderen Person ein ähnliches Gespräch über den Gartenzaun.
Was mich noch heute beschäftigt, ist die Bedeutung dessen, was zwischen den Worten mitschwang: Was bedeutet es, ich selbst zu sein? Spiegelt sich das auch im eigenen Garten wider? Soll das Gärtnern etwa einer gewissen Norm entsprechen, damit die Gärtnerin nicht eigenartig oder gar widerwillig erscheint, sondern gesellschaftlichen Erwartungen entspricht? Angepasst, quadratisch, praktisch, aber bitte ohne zu viele Ecken und Kanten?

Hinter diesem vermeintlich harmlosen Wunsch nach Ordnung steckt eine gesellschaftliche Sucht nach Kontrolle. Erschütternd ist dabei immer wieder, wie viele Menschen glauben, über das Leben anderer besser Bescheid zu wissen. Sie meinen zu verstehen, was anderen Menschen eigentlich fehlt, und posaunen lauthals heraus, warum ein bestimmtes Verhalten nicht normal sei. Wenn ich das Wort „normal” nur höre! Für mich ist „normal” eine Box, um Dinge und Menschen besser stapelbar zu machen – nichts weiter. Und doch zwängen sich viele freiwillig hinein. Sie tragen diesen unsichtbaren Rucksack voller Altlasten, Erwartungen und Normen, vielleicht sogar den verinnerlichten Drang, in eine dieser gesellschaftlichen Schubladen zu passen.

Aber solange Menschen sich für ihren Körper, ihre Herkunft, ihre Liebe oder für sich selbst schämen müssen, weil ihnen das eingeredet wird, läuft etwas gewaltig falsch! Niemand muss stapelbar sein. Bleib sperrig! Sei du selbst …

Teatro la Ribalta

Culturalmente necessario

Le radici di un teatro moltiplicatore di differenze
© Marzia Rizzo
Come nasce uno spettacolo teatrale? Da un testo, da un'idea, da un personaggio? Per Paola Guerra, regista, direttrice e cofondatrice della compagnia “Teatro la Ribalta – Kunst der Vielfalt”, nasce prima di tutto da una domanda. Da un'immagine che continua a tornare, da un'intuizione che chiede tempo per maturare e dall'incontro con le persone che quella storia la porteranno in scena.
Un ribaltamento di prospettiva
È un processo lungo, fatto di ricerca, confronto e trasformazioni continue. “Lo spettacolo cresce con loro", racconta Paola riferendosi agli attori e alle attrici della compagnia. Il “Teatro la Ribalta”, nato a Bolzano oltre vent'anni fa, è oggi una realtà unica nel panorama italiano: una compagnia professionale composta da attori e attrici con disabilità, assunti come professionisti dello spettacolo. Un aspetto su cui Paola insiste con decisione: non si tratta di un laboratorio terapeutico, ma di un lavoro vero, che richiede studio, disciplina, fatica e responsabilità. Il teatro non è cura nel senso tradizionale del termine. “Semmai”, dice, “sono loro che curano me.” Un ribaltamento di prospettiva che attraversa tutta l'esperienza della compagnia. L'idea iniziale di uno spettacolo non è mai un progetto chiuso, ma prende forma durante il lavoro quotidiano, modificandosi attraverso prove, improvvisazioni e relazioni. Anche il dialogo creativo con Antonio Viganò, direttore artistico e cofondatore della compagnia, nonché suo marito, segue questa logica: lei porta materiali, immagini e suggestioni; lui li ricompone drammaturgicamente. “Litighiamo continuamente”, sorride Paola, “ma è proprio così che funziona il nostro lavoro.”
La forza del desiderio
Tra i prossimi progetti in scena da dicembre c'è Cenerentola, una fiaba che Paola definisce “la storia femminile per eccellenza.” Il riferimento è la fiaba dei fratelli Grimm, dove non compare una fata madrina bensì la madre morta, presenza silenziosa che accompagna la protagonista nel suo percorso. Il centro della storia non è il principe, ma il desiderio. Il desiderio di uscire dall'ombra, di andare al ballo, di trovare il proprio posto nel mondo. Cenerentola attraversa il buio della cenere senza ribellarsi, ma senza nemmeno rinunciare a sé stessa. È un cammino verso la luce e verso la propria identità. Anche la celebre scarpetta assume un significato diverso. Non è l'oggetto che permette di conquistare un uomo, ma il simbolo della ricerca di qualcosa che sia davvero fatto per sé. “Le sorellastre si tagliano i piedi pur di entrarci”, osserva Paola. Cenerentola, invece, trova la scarpa che le appartiene. È un'immagine potente dell'autenticità, soprattutto femminile: non adattarsi a un modello imposto, ma riconoscere la propria misura.
Il femminile oltre gli stereotipi
Questa riflessione attraversa anche il lavoro della compagnia. Le attrici non vengono mai rinchiuse nei ruoli della dolcezza, della fragilità o della vittima. Al contrario, l'idea è rompere gli stereotipi: interpretare anche personaggi scomodi, ambigui, perfino cattivi. “Possiamo attraversare tutti i sentimenti”, spiega Paola. Per questo, nella nuova produzione, le attrici interpreteranno le sorellastre, mentre il ruolo di Cenerentola sarà affidato a una danzatrice professionista. Una scelta che ribalta le aspettative e restituisce alle interpreti tutta la complessità dell'essere umano. Il femminile, però, al Teatro la Ribalta non riguarda soltanto ciò che accade in scena. Riguarda anche chi costruisce gli spettacoli. Paola sottolinea con orgoglio la presenza di una tecnica luci altamente specializzata, figura ancora poco frequente in un settore tradizionalmente maschile, e racconta un modo di lavorare profondamente condiviso, dove regia, musica, tecnica e organizzazione convivono senza rigide gerarchie. In fondo, conclude, il teatro nasce sempre dalla stessa domanda: “Chi me l'ha fatto fare?” Una domanda che ogni artista, prima o poi, si pone. La risposta non arriva con le parole, ma con il fatto di continuare, ostinatamente, a salire sul palcoscenico per raccontare una storia, per un atto politico, per poter essere una parte del teatro e non un teatro a parte. www.teatrolaribalta.it/calendario.