Nuove radici

Più terre, una sola vita

Storie di migrazione e appartenenza: tra luoghi d’origine e nuove radici, il senso di casa cambia, si allarga e talvolta resta una domanda aperta.
Fatima Ziyani © archivio privato / Sabine Giunta © archivio privato / Greta Marinaro © archivio privato

Le storie di Fatima Ziyani, Greta Marinaro e Sabine Giunta partono da terre molto diverse. Una è nata in Marocco e vive da quasi vent’anni a Ora. Una è bolzanina e dal 2015 vive negli Stati Uniti. La terza è nata in Germania da genitori siciliani emigrati e da quasi trent’anni vive in Alto Adige. Tre percorsi di migrazione, ma anche tre modi differenti di rispondere alla stessa domanda: dove mettiamo i piedi quando sentiamo di appartenere a più di una terra? Una possibile risposta arriva, a sorpresa, da un incontro al mercato.

“Qui ho trovato il mio equilibrio”


Quando Fatima Ziyani, oggi quasi quarantenne, pensa alla partenza dal Marocco, non ricorda un sogno di emigrazione. Anzi.
“Da piccola non avevo mai pensato di andare via. Avevo il mio lavoro di ostetrica, le amiche, i cugini. La mia vita era lì.”
A ventidue anni ha seguito in Alto Adige il marito, anche lui marocchino. È arrivata a Ora senza aver scelto davvero, almeno all’inizio, la terra in cui avrebbe messo radici. I primi tempi erano soprattutto spaesamento. Anche tornare in Marocco per le vacanze produceva una sensazione inattesa.
“Quando rientravo qui dopo le ferie era tutto molto strano. C’era troppo silenzio. Ero ancora persa.”
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Gli anni hanno portato un lavoro, nuove amicizie, il volontariato, una presenza sempre più concreta nella comunità. E quel paese che all’inizio sembrava soltanto il luogo in cui era arrivata per amore è diventato anche il luogo in cui riconoscersi.
“Oggi non cambierei mai la Bassa Atesina. Mi sento a casa e mi sento parte della comunità.”
Il Marocco, però, non è diventato un luogo soltanto del passato. Lì ci sono il padre, un fratello e una sorella; la madre è morta alcuni anni fa. Fatima torna dalla famiglia ogni due anni circa. Quando lo fa, ritrova affetti, persone, memoria. Ma quando torna in Alto Adige e rivede le montagne, accade qualcosa di altrettanto forte.
“Sento l’odore di casa.”
Non è quindi una scelta tra due case: è una questione di equilibrio, e forse anche di misura. “Mi sento a casa in entrambe, ma sto meglio qui, perché mi sento parte di questa comunità.”
Alle donne che arrivano da fuori e si sentono “spaventate, senza la terra sotto ai piedi”, Fatima vuole dare un consiglio semplice: “Provate a fare voi il primo passo. Poi arriva tutto.”
Forse anche le radici, in fondo, non sono soltanto qualcosa che troviamo. A volte cominciano da un passo.

“A casa ti manca la casa nuova”


Greta Marinaro è nata e cresciuta a Bolzano. Nel 2015 si è trasferita negli Stati Uniti, prima a New York e poi a Miami, dove lavora come avvocata. A distanza di anni sente che il divario culturale rispetto a quando è partita si è ristretto, ma non è scomparso.
“Ci sono cose che non mi apparterranno mai.”
Non lo dice con amarezza. Piuttosto con la consapevolezza che vivere in un altro paese non significa necessariamente diventare identici alle persone che ci sono nate. Ci sono differenze profonde, soprattutto sul piano sociale e politico. L’idea, per esempio, che un americano abbia il diritto di portare con sé un’arma non diventerà mai per lei normale. E alcune posizioni sui diritti umani, in particolare nell’attuale clima politico statunitense, le appaiono molto lontane dal proprio modo di pensare.
Eppure queste differenze non impediscono alla sua vita quotidiana di essere diventata americana. “Da migrante vivi una situazione in cui ti manca casa, ma a casa ti manca la casa nuova.”
Gli affetti più stretti sono rimasti lontani, ma nel frattempo un altro paese è diventato casa.
Greta continua a sentirsi “più italiana che americana”, anche nelle abitudini. La lingua è una parte importante dell’identità e non l’ha abbandonata. E poi ci sono i piccoli gesti attraverso cui una cultura continua a vivere: per esempio, un barbecue organizzato a Ferragosto.
Gli Stati Uniti, però, le hanno dato anche un’esperienza diversa dello straniero. A New York ha incontrato persone con origini molto diverse e a Miami, dove la presenza latina è fortissima, il concetto stesso di “straniero” le sembra meno rigido di quanto accada spesso in Italia.
“Negli States non ti fanno pesare di essere straniero. Chiunque viene accolto bene.”Questo non significa che le differenze non esistano. “Nel cibo soprattutto: per noi italiani è soprattutto socialità, mentre negli Stati Uniti è semplicemente qualcosa che si mangia.”
Alla fine, però, non crede che esista una terra perfetta. E forse proprio questa consapevolezza permette di stare tra due mondi senza doverne dichiarare vincitore uno solo. Se un giorno avesse dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana per diventare americana, dice, non lo avrebbe fatto. L’appartenenza, per lei, non è una sostituzione: è una sovrapposizione.

“Le mie radici sono io”


Sabine Giunta è dirigente scolastica a Bolzano. È nata in Germania da genitori siciliani emigrati, figli di una generazione che aveva attraversato le frontiere per lavorare. Poco dopo la nascita si è trasferita, e la questione delle radici l’ha accompagnata per gran parte della vita.
“Le radici per me sono state sempre un tema, soprattutto per la loro assenza.”
Nata in un luogo da genitori che appartenevano a un altro luogo, e poi trapiantata altrove, Sabine si è trovata presto dentro una domanda che non ammette una risposta semplice: quali sono le mie radici? Quelle del luogo in cui sono nata? Quelle della famiglia? Quelle che ho costruito io?
“Me lo chiedevo continuamente: le ho, non le ho, quali sono, da dove vengono? Le sto costruendo io o le sto ereditando dalla famiglia, dalla Sippe? Le posso modificare o sono loro che modificano me?”
La parola tedesca Sippe, che richiama la stirpe, la parentela, il gruppo familiare, porta con sé l’idea di un’appartenenza ricevuta. Ma l’esperienza di Sabine sembra suggerire che le radici possano essere anche un lavoro personale: qualcosa che si eredita, certo, ma che nel corso della vita si può interpretare, mettere in discussione, persino ricomporre.
Il tema è diventato ancora più forte quando è arrivata in Alto Adige, un territorio nel quale le appartenenze sono spesso molto visibili e significative.
“Dopo quasi trent’anni di permanenza in questo spazio, non gli appartengo ancora. Non sono di qui, ma sono qui.”
In quella distinzione, apparentemente minima, c’è forse tutta la complessità dell’appartenere. Si può vivere a lungo in un luogo senza sentirsi completamente “di” quel luogo. Si può essere legati a una terra senza che quella terra rappresenti tutta la propria identità. E si può essere presenti senza cancellare ciò che è venuto prima.
“Le mie radici sono io.”
Non la Germania, non la Sicilia, non l’Alto Adige presi separatamente. Non una somma matematica di luoghi, ma la persona che quei luoghi hanno contribuito a formare.

La terra sotto i piedi
Al mercato di via Rovigo, Virna prende una mela dalla cassetta, la gira tra le mani, controlla la buccia e sorride.
“Guarda che belle. Sembrano quelle che avevamo a casa mia, a Badia Polesine.”
Tina, che per tutti è Concetta, ne prende un’altra.
“Da noi le mele non erano così perfette. Però sapevano più di casa.”
Virna è arrivata a Bolzano negli anni Sessanta, con la famiglia, lasciandosi alle spalle la campagna veneta. Tina è arrivata dalla provincia di Catanzaro. Due storie diverse, eppure quella parola, casa, sembra improvvisamente avere lo stesso peso.
“Eh, casa...”, ripete Virna. “Io ormai, quando dico casa, non so più quale intendere.”
Tina ride.
“Io invece lo so. Sono due.”
Restano un momento in silenzio, davanti alla bancarella.
“A me ci è voluto tanto per sentirmi bolzanina”, dice Virna. “All’inizio guardavo tutto: le montagne, il freddo, le parole che non capivo. E pensavo sempre a Badia. Poi sono arrivati i figli, il lavoro, gli anni. E senza accorgermene ho messo radici anche qui.”
Tina annuisce.
“Le radici sono come quelle delle piante. Non le vedi, ma se la pianta cresce vuol dire che ci sono.”
“E mica una radice cancella l’altra.”
“No. Se hai due terre, hai più terra sotto i piedi.”
Virna sorride e rimette la mela nella cassetta.
“Allora siamo ricche.”
“Siamo vecchie”, risponde Tina.
“Quello sì. Ma con due paesi nel cuore.”

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L’IA ha sete: chi paga il prezzo dell’innovazione?

// Cristina Pelagatti | Centaurus //
Dai data center lombardi alle lotte per acqua e suolo, l’intelligenza artificiale rivela il suo corpo materiale. Uno sguardo intersezionale analizza su chi ricadano costi e benefici.
© macrovector / magnific
Si è aperta una crepa nella retorica dell’innovazione inevitabile dell’IA anche in Italia. Le proteste contro il grande data center progettato a Lacchiarella hanno evidenziato ciò che la metafora del cloud tende a nascondere: l’intelligenza artificiale ha un corpo. È fatto di capannoni, cavi, chip, acqua, elettricità e suolo. A Lacchiarella, residenti, agricoltori e comitati si sono mobilitati contro Apto Campus, un progetto hyperscale da 3 miliardi di euro e 228 mila metri quadrati, a ridosso del Parco Agricolo Sud Milano. Dei circa 200 data center attivi in Italia, 49 si trovano in Lombardia e 33 nell’area metropolitana milanese: qui altri 10 sono in costruzione e 23 in valutazione.
La concretezza del cloud
L’IA consuma risorse molto prima di arrivare sui nostri schermi; i server infatti assorbono elettricità e producono calore; raffreddarli richiede acqua o altra energia, a monte ci sono i minerali dei chip e una filiera globale. Il cloud è molto concreto e poggia a terra: è sempre “il computer di qualcun altro”. Una lettura intersezionale permette di chiedersi su chi ricadano costi e benefici dell’IA. Queste infrastrutture arrivano dove acqua, energia e suolo sono già contesi e il potere di farsi ascoltare è diseguale. Questa estate di caldo insostenibile, destinato a diventare sempre meno eccezionale, ha reso ancora più manifesto quanto sia urgente discutere l’uso delle risorse.
Chi paga i costi dell’IA?
Il caldo ha una sua geografia sociale: pesa di più su chi vive in case difficili da raffrescare, non può permettersi consumi energetici più alti o lavora all’aperto. La richiesta privata di acqua ed energia rischia così di approfondire disuguaglianze già esistenti. La domanda vale per l’intera filiera: chi estrae i materiali, chi annota i dataset e modera i contenuti, chi vive accanto alle infrastrutture, chi controlla i dati e incassa il valore prodotto? Dietro un chatbot ci sono lavori invisibili, territori, risorse naturali e grandi concentrazioni di capitale. Parlare genericamente di “IA” nasconde chi prende le decisioni: imprese tecnologiche, fondi, fornitori di energia e amministrazioni pubbliche e presentare questa trasformazione come inevitabile restringe lo spazio della discussione: utile a chi, decisa da chi, a quale prezzo?
Allargare lo sguardo
Un approccio femminista intersezionale all’IA allarga lo sguardo oltre i bias degli algoritmi e porta nella discussione acqua, energia, suolo, lavoro, trasparenza e potere delle comunità, chiede dati accessibili sui consumi, valutazioni ambientali comprensibili e partecipazione prima che i cantieri siano un fatto compiuto. La crepa aperta in Lombardia racconta questo: il futuro dell’IA si decide anche nei comuni, nei campi, nelle reti elettriche, dove l’acqua comincia a scarseggiare. Perché il cloud ha un indirizzo e chi vive a quell’indirizzo deve poter scegliere se e a quali condizioni ospitarlo.