ëres web

L’IA ha sete: chi paga il prezzo dell’innovazione?

// Cristina Pelagatti | Centaurus //
Dai data center lombardi alle lotte per acqua e suolo, l’intelligenza artificiale rivela il suo corpo materiale. Uno sguardo intersezionale analizza su chi ricadano costi e benefici.
© macrovector / magnific
Si è aperta una crepa nella retorica dell’innovazione inevitabile dell’IA anche in Italia. Le proteste contro il grande data center progettato a Lacchiarella hanno evidenziato ciò che la metafora del cloud tende a nascondere: l’intelligenza artificiale ha un corpo. È fatto di capannoni, cavi, chip, acqua, elettricità e suolo. A Lacchiarella, residenti, agricoltori e comitati si sono mobilitati contro Apto Campus, un progetto hyperscale da 3 miliardi di euro e 228 mila metri quadrati, a ridosso del Parco Agricolo Sud Milano. Dei circa 200 data center attivi in Italia, 49 si trovano in Lombardia e 33 nell’area metropolitana milanese: qui altri 10 sono in costruzione e 23 in valutazione.
La concretezza del cloud
L’IA consuma risorse molto prima di arrivare sui nostri schermi; i server infatti assorbono elettricità e producono calore; raffreddarli richiede acqua o altra energia, a monte ci sono i minerali dei chip e una filiera globale. Il cloud è molto concreto e poggia a terra: è sempre “il computer di qualcun altro”. Una lettura intersezionale permette di chiedersi su chi ricadano costi e benefici dell’IA. Queste infrastrutture arrivano dove acqua, energia e suolo sono già contesi e il potere di farsi ascoltare è diseguale. Questa estate di caldo insostenibile, destinato a diventare sempre meno eccezionale, ha reso ancora più manifesto quanto sia urgente discutere l’uso delle risorse.
Chi paga i costi dell’IA?
Il caldo ha una sua geografia sociale: pesa di più su chi vive in case difficili da raffrescare, non può permettersi consumi energetici più alti o lavora all’aperto. La richiesta privata di acqua ed energia rischia così di approfondire disuguaglianze già esistenti. La domanda vale per l’intera filiera: chi estrae i materiali, chi annota i dataset e modera i contenuti, chi vive accanto alle infrastrutture, chi controlla i dati e incassa il valore prodotto? Dietro un chatbot ci sono lavori invisibili, territori, risorse naturali e grandi concentrazioni di capitale. Parlare genericamente di “IA” nasconde chi prende le decisioni: imprese tecnologiche, fondi, fornitori di energia e amministrazioni pubbliche e presentare questa trasformazione come inevitabile restringe lo spazio della discussione: utile a chi, decisa da chi, a quale prezzo?
Allargare lo sguardo
Un approccio femminista intersezionale all’IA allarga lo sguardo oltre i bias degli algoritmi e porta nella discussione acqua, energia, suolo, lavoro, trasparenza e potere delle comunità, chiede dati accessibili sui consumi, valutazioni ambientali comprensibili e partecipazione prima che i cantieri siano un fatto compiuto. La crepa aperta in Lombardia racconta questo: il futuro dell’IA si decide anche nei comuni, nei campi, nelle reti elettriche, dove l’acqua comincia a scarseggiare. Perché il cloud ha un indirizzo e chi vive a quell’indirizzo deve poter scegliere se e a quali condizioni ospitarlo.

Donna indipendente

Donna indipendente e realizzata cercasi

// Tilia //
Tutti la vogliono... finché non arriva davvero
© Marjan Blan - unsplash + rawpixel.com

Per anni gli uomini hanno dichiarato di desiderare una donna affermata, padrona della propria vita, realizzata e appagata. Una donna che abbia una carriera, passioni, una vita piena e possibilmente anche una discreta capacità di montare mobili Ikea. Poi, però, questa donna arriva davvero. Ed è lì che la faccenda si complica.
Perché dire di volere una donna forte è facile. Anzi, fa fare un figurone. Ti fa sembrare un uomo sicuro di sé, moderno, emancipato. Un uomo che non teme il successo femminile. Il problema è che finché questa donna resta un concetto teorico, tutto funziona benissimo. È quando si materializza in carne, ossa e busta paga che iniziano le prime turbolenze. All’inizio è un tripudio di ammirazione. “Adoro la sua determinazione”, “mi affascina la sua indipendenza”, “è incredibile quanto sia in gamba”. Poi lei ottiene una promozione. O apre un’attività che funziona. O semplicemente guadagna più di lui. E all’improvviso compaiono fenomeni inspiegabili.
Le battutine. I silenzi. Le gare che nessuno aveva organizzato ma a cui qualcuno sembra essersi iscritto. “Ah, sei tornata tardi dall’ufficio? Be’, anch’io oggi ero molto impegnato.” Come se la relazione fosse diventata una competizione olimpica con discipline inventate sul momento. Naturalmente il problema non è il successo di lei. O almeno non direttamente. Il problema è che stare accanto a una persona realizzata costringe a una domanda scomoda: e io? Perché la realizzazione altrui è uno specchio impietoso. Se la persona seduta di fronte a te ha costruito la vita che desiderava, ha inseguito le proprie ambizioni e sembra abitare serenamente il proprio posto nel mondo, è difficile evitare di interrogarsi sul proprio percorso.
Molti identificano questa sensazione con una questione economica. Dopotutto, nella nostra società il denaro è diventato una sorta di traduttore universale del valore personale. Lo stipendio non misura soltanto quanto guadagni: per molti sembra misurare quanto vali. Se lei guadagna di più, allora il cervello più insicuro conclude che lei sia “meglio”. È un ragionamento discutibile, ma sorprendentemente diffuso. Da qui nascono quelle piccole vendette domestiche che non fanno male a nessuno ma risultano vagamente ridicole: osservazioni passive-aggressive, orgogli feriti, improvvise competizioni su chi sia più stanco, più occupato o più stressato. Rappresaglie da appartamento con balcone e piante grasse.
Eppure, una coppia dovrebbe funzionare diversamente. Se uno dei due cresce, dovrebbe crescere anche il “noi”. Se lei ottiene un risultato importante, non dovrebbe essere una sconfitta per lui. Dovrebbe essere una vittoria condivisa. Ma siamo esseri umani. E gli esseri umani hanno la fastidiosa tendenza a confrontarsi continuamente. A misurarsi. A controllare chi sta un gradino più in alto. Forse, allora, la vera questione non riguarda le donne realizzate. Riguarda gli uomini che non si sentono tali. Perché una donna forte non mette in crisi chi è soddisfatto della propria vita. Mette in crisi chi sospetta di aver rinunciato a qualcosa per strada. Ecco perché, in certi casi, l’ammirazione si trasforma in leggero panico. Non perché lei sia troppo. Ma perché la sua presenza dimostra che una vita scelta, costruita e desiderata è davvero possibile. E questa, per qualcuno, è una rivelazione più spaventosa di qualsiasi conto in banca.