Donna indipendente
Donna indipendente e realizzata cercasi
// Tilia //
Tutti la vogliono... finché non arriva davvero

© Marjan Blan - unsplash + rawpixel.com
Per anni gli uomini hanno dichiarato di desiderare una donna affermata, padrona della propria vita, realizzata e appagata. Una donna che abbia una carriera, passioni, una vita piena e possibilmente anche una discreta capacità di montare mobili Ikea. Poi, però, questa donna arriva davvero. Ed è lì che la faccenda si complica.
Perché dire di volere una donna forte è facile. Anzi, fa fare un figurone. Ti fa sembrare un uomo sicuro di sé, moderno, emancipato. Un uomo che non teme il successo femminile. Il problema è che finché questa donna resta un concetto teorico, tutto funziona benissimo. È quando si materializza in carne, ossa e busta paga che iniziano le prime turbolenze. All’inizio è un tripudio di ammirazione. “Adoro la sua determinazione”, “mi affascina la sua indipendenza”, “è incredibile quanto sia in gamba”. Poi lei ottiene una promozione. O apre un’attività che funziona. O semplicemente guadagna più di lui. E all’improvviso compaiono fenomeni inspiegabili.
Le battutine. I silenzi. Le gare che nessuno aveva organizzato ma a cui qualcuno sembra essersi iscritto. “Ah, sei tornata tardi dall’ufficio? Be’, anch’io oggi ero molto impegnato.” Come se la relazione fosse diventata una competizione olimpica con discipline inventate sul momento. Naturalmente il problema non è il successo di lei. O almeno non direttamente. Il problema è che stare accanto a una persona realizzata costringe a una domanda scomoda: e io? Perché la realizzazione altrui è uno specchio impietoso. Se la persona seduta di fronte a te ha costruito la vita che desiderava, ha inseguito le proprie ambizioni e sembra abitare serenamente il proprio posto nel mondo, è difficile evitare di interrogarsi sul proprio percorso.
Molti identificano questa sensazione con una questione economica. Dopotutto, nella nostra società il denaro è diventato una sorta di traduttore universale del valore personale. Lo stipendio non misura soltanto quanto guadagni: per molti sembra misurare quanto vali. Se lei guadagna di più, allora il cervello più insicuro conclude che lei sia “meglio”. È un ragionamento discutibile, ma sorprendentemente diffuso. Da qui nascono quelle piccole vendette domestiche che non fanno male a nessuno ma risultano vagamente ridicole: osservazioni passive-aggressive, orgogli feriti, improvvise competizioni su chi sia più stanco, più occupato o più stressato. Rappresaglie da appartamento con balcone e piante grasse.
Eppure, una coppia dovrebbe funzionare diversamente. Se uno dei due cresce, dovrebbe crescere anche il “noi”. Se lei ottiene un risultato importante, non dovrebbe essere una sconfitta per lui. Dovrebbe essere una vittoria condivisa. Ma siamo esseri umani. E gli esseri umani hanno la fastidiosa tendenza a confrontarsi continuamente. A misurarsi. A controllare chi sta un gradino più in alto. Forse, allora, la vera questione non riguarda le donne realizzate. Riguarda gli uomini che non si sentono tali. Perché una donna forte non mette in crisi chi è soddisfatto della propria vita. Mette in crisi chi sospetta di aver rinunciato a qualcosa per strada. Ecco perché, in certi casi, l’ammirazione si trasforma in leggero panico. Non perché lei sia troppo. Ma perché la sua presenza dimostra che una vita scelta, costruita e desiderata è davvero possibile. E questa, per qualcuno, è una rivelazione più spaventosa di qualsiasi conto in banca.
Perché dire di volere una donna forte è facile. Anzi, fa fare un figurone. Ti fa sembrare un uomo sicuro di sé, moderno, emancipato. Un uomo che non teme il successo femminile. Il problema è che finché questa donna resta un concetto teorico, tutto funziona benissimo. È quando si materializza in carne, ossa e busta paga che iniziano le prime turbolenze. All’inizio è un tripudio di ammirazione. “Adoro la sua determinazione”, “mi affascina la sua indipendenza”, “è incredibile quanto sia in gamba”. Poi lei ottiene una promozione. O apre un’attività che funziona. O semplicemente guadagna più di lui. E all’improvviso compaiono fenomeni inspiegabili.
Le battutine. I silenzi. Le gare che nessuno aveva organizzato ma a cui qualcuno sembra essersi iscritto. “Ah, sei tornata tardi dall’ufficio? Be’, anch’io oggi ero molto impegnato.” Come se la relazione fosse diventata una competizione olimpica con discipline inventate sul momento. Naturalmente il problema non è il successo di lei. O almeno non direttamente. Il problema è che stare accanto a una persona realizzata costringe a una domanda scomoda: e io? Perché la realizzazione altrui è uno specchio impietoso. Se la persona seduta di fronte a te ha costruito la vita che desiderava, ha inseguito le proprie ambizioni e sembra abitare serenamente il proprio posto nel mondo, è difficile evitare di interrogarsi sul proprio percorso.
Molti identificano questa sensazione con una questione economica. Dopotutto, nella nostra società il denaro è diventato una sorta di traduttore universale del valore personale. Lo stipendio non misura soltanto quanto guadagni: per molti sembra misurare quanto vali. Se lei guadagna di più, allora il cervello più insicuro conclude che lei sia “meglio”. È un ragionamento discutibile, ma sorprendentemente diffuso. Da qui nascono quelle piccole vendette domestiche che non fanno male a nessuno ma risultano vagamente ridicole: osservazioni passive-aggressive, orgogli feriti, improvvise competizioni su chi sia più stanco, più occupato o più stressato. Rappresaglie da appartamento con balcone e piante grasse.
Eppure, una coppia dovrebbe funzionare diversamente. Se uno dei due cresce, dovrebbe crescere anche il “noi”. Se lei ottiene un risultato importante, non dovrebbe essere una sconfitta per lui. Dovrebbe essere una vittoria condivisa. Ma siamo esseri umani. E gli esseri umani hanno la fastidiosa tendenza a confrontarsi continuamente. A misurarsi. A controllare chi sta un gradino più in alto. Forse, allora, la vera questione non riguarda le donne realizzate. Riguarda gli uomini che non si sentono tali. Perché una donna forte non mette in crisi chi è soddisfatto della propria vita. Mette in crisi chi sospetta di aver rinunciato a qualcosa per strada. Ecco perché, in certi casi, l’ammirazione si trasforma in leggero panico. Non perché lei sia troppo. Ma perché la sua presenza dimostra che una vita scelta, costruita e desiderata è davvero possibile. E questa, per qualcuno, è una rivelazione più spaventosa di qualsiasi conto in banca.

